venerdì 11 giugno 2010

The Road - recensione

In uno scenario post-apocalittico padre e figlio viaggiano verso una più o meno ideale salvezza attraversando devastati e ingrigiti paesaggi statunitensi. In questo grande deserto urbano non esistono più animali e le piante stanno lentamente morendo, gli altri pochi esseri umani, spinti al cannibalismo dalla fame, sono il pericolo principale.

Vengono fatti solo brevi accenni all'evento che ha distrutto il pianeta, tutta la componente Voyager è lasciata grandemente in secondo piano. L'attenzione si concentra totalmente sui due personaggi principali e il loro viaggio, tirando delle botte empatiche di disperazione e desolazione pazzesche.

La forza del film sono la crudezza e la poca retorica, non esistono falsi facili romanticismi né falsi facili eroismi o cacchiate varie. L'essere umano è dipinto spietatamente nella sua natura più animalesca e tremendamente realistica. Nulla è estremizzato, non ci sono cattivi punkettoni palestrati e tatuati che vanno in giro in moto ammazzando la gente per diletto (che da Ken Shiro in poi vanno messi per legge nelle ambientazioni post-apocalittiche, eccheppalle), ci sono solo uomini monadi autarchiche che cercano di sopravvivere in un aspro medioevo industriale.
Saltando il meccanismo delle estremizzazioni, l'impatto emotivo è sconvolgente e se non fosse per il personaggio del bambino lo spettatore sbroccherebbe senza avere nessuno con cui immedesimarsi.

Giusto per fare un noioso discorso estetico, questo film non raggiunge mai il grottesco, ovvero quel brutto talmente brutto da essere finto e che in fondo in fondo tranquillizza lo spettatore, che si autoinganna e sta al gioco (come succede in tanti horror). Qui le cose brutte sono asettiche, spietate e crudamente reali.

Homo homini lupus a manetta.

Gli ambienti sono fantastici, tutto è distrutto, polveroso, desolato, dimenticato e grigio. La fotografia è semplice, e in combinazione con l'atmosfera e il fatto che i personaggi siano essenzialmente due crea un grande stato di oppressione quasi claustrofobico.
Uscire dalla sala e trovare un'assolata e affollata piazza cittadina è stato veramente shoccante.

Grandiosi i personaggi, per nulla scontati, non retorici e senza nomi. Il bimbo è talmente ingenuo (che è giusto così) da dare fastidio.

Il film è fatto per trasmettere disagio fino al fastidio, non bisogna aspettarsi il contrario, nemmeno quel falso disagio da horror.

Decisamente la migliore ambientazione post-apocalittica che abbia mai visto. O almeno quella che meglio si allinea con la mia idea di post-apocalittitudine. La lunghissima attesa è stata compensata.

Dopo questa mega sviolinata devo dire che il finale mi ha un po' lasciato perplesso, mi aspettavo qualcosa di più originale.. ora vorrei leggere il libro.

Voto: 9

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